La Compagnia dell'Altare
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L'isola su cui ci trovavamo aveva una chiara origine vulcanica, poiché il porto giaceva sulle pendici di una grande montagna che svettava proprio al centro dell'isolotto. Pieni di speranza, ci inerpicammo sul fianco del vulcano spento per avere una visione d'insieme, ma una inquietante sorpresa ci aspettava. La prima notte che passammo lì, infatti, durante il mio turno di guardia scorsi dei lampi rossastri che provenivano dalla cima del vulcano: quando al mattino seguente raggiungemmo l'apice della montagna, notammo che, nonostante le pendici fossero coperte di alberi lussureggianti, esso appariva completamente spoglio, ed il terreno era coperto di cenere. Frugammo per un po' il terreno, dopodichè qualcuno trovò una botola che sembrava immettere nelle profondità stesse della montagna.

Alla fine della lunga scala a chiocciola ci ritrovammo in un grande salone, scavato nelle tonnellate di roccia che costituivano le viscere del vulcano, sul quale si aprivano tre enormi porte dorate. Una lugubre guardia ci attendeva nella sala: al centro della stanza c'era un tavolo con molte sedie intorno, e su ognuna di esse giaceva uno scheletro consumato dal tempo, con le vesti rosse ormai a brandelli.

Decisa a scoprire dove si aprissero le porte, ripresi la mia vera forma e premetti con la testa su una di esse per sfondarla, ma quale non fu il nostro stupore nel vedere gli scheletri animarsi ed intimarci di andare via! Non sembravano granché spaventosi a prima vista, ma non appena tentai di arrostirli col mio soffio infuocato uno di loro sollevò una mano ed apparentemente senza sforzo annullò l'antica magia del drago che io avevo evocato. Per mia fortuna, Aramil e Gilraen mi trattennero dal folle proposito di sgranocchiar loro le ossa uno per uno, e bruciando di rabbia risalii la scala abbandonando quel luogo di morte.

Giunti nuovamente sulla sommità del vulcano, decidemmo di scendere dalla parte opposta rispetto a dove eravamo partiti, e ci trovammo in mezzo alle rovine di quello che un tempo doveva essere stato un grande palazzo. Una stanza in particolare ci colpì, poiché vi trovammo un trono con il simbolo di Tir Na Nog inciso sullo schienale e una botola con lo stesso segno. Per quanto tirassi e strattonassi, non riuscii a spostare la botola di un solo centimetro: fu Aramil ad avere infine l'idea di sedersi sul trono e di pronunciare la parola "Apriti" rivolto alla fredda pietra. Senza un cigolio, la botola ruotò lentamente fino a scoprire un passaggio segreto sotterraneo.

Camminammo a lungo sotto le viscere della montagna, seguendo lo stretto cunicolo, finché arrivammo a un punto dove la strada si divideva in tre. Seguendo la prima svolta trovammo una camera abitata da un custode alquanto irascibile, e preferimmo evitare di disturbare il suo compito tornando sui nostri passi. La seconda strada ci portò ad una stanza ricolma di monete d'oro e di gemme: Aramil e Gilraen si servirono in gran quantità, ma a me non andava l'idea di depredare la dimora altrui e così mi accontentai di una piccola gemma. La terza via, infine, ci portò ad una grande armeria: lì io trovai uno spadone di cristallo rosso sangue con incise delle rune che lo identificavano come la Spada dello Scherano della Morte Rossa, mentre Gilraen trovò una frusta con un serpente intrecciato e un libro nero, ed Aramil un libro bianco ed uno scettro di egual colore. Notammo inoltre che ognuna di queste stanze terminava in una porta d'oro, uguale a quelle che avevamo visto nel salone presidiato dagli scheletri, e supponemmo di essere giunti dall'altra parte della sala.

La nostra esplorazione era stata proficua, ma non avevamo trovato quello che cercavamo. Tornati al villaggio, decidemmo dunque di proseguire la nostra cerca sull'isola successiva.

© Compagnia dell'Altare 2005