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Ci ritrovammo in una palude nera, sotto un cielo ricoperto di nubi innaturali che non lasciavano filtrare la luna né le stelle. L'unica luce proveniva da tanti falò, uguali in miniatura alla fiamma che ci eravamo lasciati alle spalle, che ardevano tutto attorno a noi. Al centro della palude stava un trono vuoto, in tinta con l'ambiente circostante, e attorno ad esso ci dava le spalle un gruppo di sacerdoti in evidente adorazione, che non fecero minimamente caso al fatto che un drago, due elfi e una donna-gatto fossero appena sbucati dal nulla in mezzo al loro bel posticino. Ci stavamo ancora chiedendo come comportarci quando dietro di noi, cogliendoci abbondantemente di sorpresa, apparve un cavaliere. La sua armatura era nera, come pure era nero il mantello e l'elmo cornuto che portava sulla testa. Ogni accenno di colore pareva bandito da quel luogo. L'elmo in particolare ci colpì, poiché copriva tutto il volto tranne la bocca putrida, che comunque non era un bello spettacolo da vedere. Il cavaliere brandiva una mazza, e portava al fianco un fodero vuoto che dalle dimensioni pareva adatto a contenere uno spadone... della dimensione esatta di quello di Skarim, non mancammo di osservare. Ora pareva più chiaro dove lo sceriffo avesse trovato la sua terrificante arma nera. Il cavaliere prese posto sul trono, fece un cenno annoiato e senza preavviso i sacerdoti si voltarono per attaccarci: vedemmo subito che erano umani, ma i loro occhi erano rossi come il fuoco e si muovevano animati dalla sola brama di uccidere. Riuscimmo a sconfiggerli, ma uno di essi riuscì ad afferrare Gilraen e le soffiò in bocca un vapore fumoso, dopodichè anche gli occhi della nostra amica acquistarono quel colore rosso ed essa tentò di attaccare Aramil, prima che riuscissimo ad immobilizzarla. In tutto questo trambusto, il cavaliere nero non aveva mosso neanche un dito. Quando alla fine la battaglia fu vinta, egli si limitò ad alzarsi e a pronunciare una frase per noi di significato oscuro: "Dite alla Corona Dorata che lo Scettro Nero sta per tornare". Detto questo, ci voltò le spalle e disparve. Legammo Gilraen, e non senza qualche incidente di percorso riuscimmo ad azzeccare la fiamma giusta per tornare a casa in mezzo ai centinaia di fuochi che ardevano nella palude, ognuno dei quali pareva essere un teletrasporto per un diverso luogo. Comunque, riuscimmo a tornare alla stanza del braciere senza troppi inconvenienti (a parte qualche grosso spavento), ma trovammo ad aspettarci i nostri cari uomini-polpo che bloccavano l'unica uscita. Non ci attaccarono, questo no, anzi non parvero accorgersi di nulla quando Aramil si insinuò fra loro per arrivare al cunicolo, ma insistevano nel bloccare me e tentavano di abbracciare Gilraen, come se fosse una di loro. Visto il modo in cui le mie mani tornavano a chiudersi sulle sciabole, il druido propose quindi di andare a chiamare gli altri e sfrecciò verso la sala dove avevamo lasciato Skarim, Mons, Jen e Silencio. |
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© Compagnia dell'Altare 2005 |