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Accadde ora che, quando ci eravamo ormai rimessi in viaggio, Aramil e Gilraen ricordarono per puro caso il particolare del diadema della regina che per ultima aveva tenuto in mano il mattone. Non appena mi ebbero descritto lo strano simbolo che aveva al centro del diadema, mi tornò subito in mente la moneta che tanto tempo prima (anni? secoli?) Igor Goritia mi aveva donato perché gli venissi a far visita a Spiter. Subito tirai fuori di tasca la moneta, che avevo custodito gelosamente da quel giorno, e quando la mostrai ai miei compagni essi non esitarono a riconoscere il simbolo del viso, per metà maschile e per metà femminile, diviso in due da una linea verticale. Finalmente avevamo una traccia, per quanto debole: ora sapevamo dove cercare il mattone. A Spiter. Facemmo rotta verso la settima ed ultima isola: era questa abitata, ci dissero, da un gruppo di sacerdoti che molto simpaticamente adoravano la morte. In particolare, ci riferirono, la loro abituale occupazione era di idolatrare il dio delle pestilenze. Rinfrancati da queste conclusioni, ci preparammo a sbarcare. Quando la prima sacerdotessa ci avvicinò, ero così tranquilla e rilassata che rischiai di staccarle subito la testa dal collo senza nemmeno tirare un respiro in mezzo. Aramil e Gilraen, evidentemente con i nervi meno tesi dei miei, riuscirono a mettermi a tacere e trattammo con la sacerdotessa ripetendole la stessa vecchia storia: che provenivamo dall'Impero Dorato, che avevamo girato tutte le isole del circondario e che avevamo necessità di sapere se in quest'isola ci fosse la tomba di Tir Na Nog. Visto che la chiave giusta è sempre quella in fondo al mazzo, la sacerdotessa ci disse che aveva sentito parlare di una specie di cripta di famiglia, che si trovava in cima alla montagna che dominava l'isola, e si offrì di andare a controllare per noi. Pieni di sollievo la ringraziammo, e quando poco dopo tornò da noi ci riferì che il cimitero effettivamente esisteva, e conteneva tombe appartenenti ai familiari di Tir Na Nog, ma della sua propria tomba non c'era alcuna traccia. Finalmente, spiegammo le vele e puntammo la prora verso le coste dell'Impero Dorato. Il viaggio non presentò particolari inconvenienti, se non che una mattina ci capitò di caricare a bordo due naufraghi che stavano andando alla deriva nell'oceano. Questi, un ragazzino e una ragazzina, si rivelarono dopo un po' essere un piccolo problema perché cominciarono, in una maniera del tutto soprannaturale, a fare in modo che gli uomini della ciurma si ammazzassero l'un l'altro: il problema comunque non fu duraturo, come non fu duratura la vita dei ragazzini quando scoprimmo le loro particolari inclinazioni alla violenza. Questa, tuttavia, fu forse la prima volta i cui potei vedere chiaramente l'effetto della mia nuova spada. Il suo potere era sbalorditivo: oltre a non avere alcun bisogno di essere affilata, infatti, poiché il cristallo rosso non si scheggiava mai, essa era in grado di succhiare via il sangue dalle ferite che apriva, indebolendo ulteriormente l'avversario ed arrivando, talvolta, a mummificarlo quasi. Se devo essere sincera, quel potere mi inebriava... cercate di comprendermi, per una persona vissuta sempre col terrore di essere braccata e uccisa una simile arma era un dono divino. Ma ora sono un po' più vecchia. |
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© Compagnia dell'Altare 2005 |