La Compagnia dell'Altare
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Il ladro del mattone mi portò con sé in un turbine di colori, molto indietro nel tempo. Non chiedetemi come facevo a saperlo, ma è così. All'improvviso, mi ritrovai in una stanza che aveva tutta l'aria di uno studio, con una finestra in un angolo che faceva vedere solo il cielo, cosa da cui dedussi che ci dovevamo trovare a un piano molto elevato. Con me c'era l'uomo, ma non era come lo ricordavo: innanzitutto il mattone non era più nelle sue mani (o meglio, non c'era ancora), e poi le sue vesti apparivano regali e sfarzose, come quelle di un re. Sul capo portava infatti una corona, fatta di quattro pezzi differenti: un quarto di cerchio era d'oro, un altro d'argento, un terzo di bronzo annerito e l'ultimo di rosso rame.

L'uomo stava guardando alla finestra, accigliato, così anch'io mi accostai per guardare giù: il posto dove ci trovavamo aveva tutta l'aria di una roccaforte dalle pesanti mura di pietra, e là in fondo, nella pianura che circondava la città, era ammassato un enorme esercito. Un uomo con una sfavillante armatura bianca sembrava capeggiare l'esercito, ma io ebbi un'intuizione, come la sensazione che il vero capo dell'esercito non fosse lui, ma un'altra entità che non si faceva vedere. Anche in questo caso, non so dirvi come ci fossi arrivata.

La scena cambiò di nuovo. Adesso mi trovavo in una grande sala al pianterreno, in piedi accanto a un trono, su cui stava seduto il ladro con la corona da re, che intanto aveva indossato un'armatura. La sala era gremita di guardie dall'aria spaventata, ma non ebbi il tempo di notare altro perché in quel momento il portone venne sfondato, e un manipolo di soldati invase la stanza. Li capeggiava l'uomo con l'armatura bianca, un bell'uomo alto e asciutto, con i capelli neri leggermente spruzzati di bianco.

Il re della città si alzò, e con aria spavalda prese a sbeffeggiare l'esercito avversario. Non ci voleva certo un genio per leggere nei suoi occhi la condanna a morte, ma a quanto pare sembrava volesse andarsene con stile perché invitò il campione dell'esercito avversario a battersi con lui per il predominio sulla città. Il luogotenente dell'esercito invasore estrasse la spada, ed anche in quel frangente ebbi modo di notare che era una bellissima arma intarsiata, ma in quel momento sentii una vocetta pigolare qualcosa alle sue spalle. L'uomo nell'armatura bianca sospirò seccato, e ringuainò la spada per fare largo al campione del suo esercito, quello che il re aveva chiesto di sfidare.

Quando vidi il famigerato campione, per poco non cascai per terra: un goblin, alto un metro e qualcosa, trotterellava fiero in mezzo alla sala, trascinandosi dietro due scimitarre che per poco non lo tiravano in terra. Questo se lo mangia in un boccone, pensai fra me e me, osservando il re sguainare fuori la spada e cominciare il duello... e mai mi ero tanto sbagliata nel giudicare qualcuno.

Il goblin lo distrusse letteralmente. Quelle lame, manovrate dalle mani piccine della creatura, si muovevano a una velocità tale da non poterle seguire con lo sguardo. In breve tempo il re fu per terra, disarmato e impotente, e vidi il goblin avanzare su di lui come per dargli il colpo di grazia. Ancora una volta mi ero sbagliata: il goblin infatti si limitò a roteare le lame, ancora una volta con velocità impressionante a vedersi, e con esse scorticò letteralmente il braccio sinistro del re decaduto, lasciandolo una massa di carne viva e sanguinante. Un gesto di sfregio.

© Compagnia dell'Altare 2005