La Compagnia dell'Altare
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L'ultima cosa che aveva fatto la Creatrice, prima di svanire ai nostri occhi, era stata di posare il mattone in bella vista sull'altare al centro della stanza. Era bastato quel piccolo gesto per far andare miracolosamente tutto a posto... anche se noi sapevamo che quella era solo parte della storia, che non poteva essere finita così, perché quando era stato il nostro turno di vedere la stanza non c'era niente sull'altare. Che cos'era accaduto, allora? Come aveva potuto svanire così misteriosamente quella pietra da cui erano sorte tutte le creature del nostro mondo?

La risposta ci giunse fin troppo in fretta. Dalle tenebre della sala vedemmo emergere un uomo, che si diresse con passo spedito verso l'altare. Era un uomo piuttosto alto, muscoloso ma non possente, con la carnagione chiara e lunghi capelli rossi e lisci. Portava ai piedi stivali di pelle nera, pantaloni dello stesso tessuto e una lunga ed ampia casacca senza maniche grigia: l'avambraccio sinistro era fasciato in un bracciale di cuoio borchiato dall'aria minacciosa.

L'uomo si avvicinò all'altare e, con un ghigno malvagio, prese in mano il mattone. A quel punto accadde una cosa strana: infatti, come avemmo ad appurare più tardi, i miei sentimenti e quelli di Gilraen ed Aramil discordarono per un istante. Io, infatti, mi sentii sommergere un'ondata di furia cieca, e mi concentrai su quell'essere abietto che aveva avuto il coraggio di compiere quel sacrilegio così immondo; i miei compagni, invece, provarono un senso d'angoscia per la fine che avrebbe potuto fare il mattone in quelle mani empie, e concentrarono tutti i loro pensieri su di esso. Tanto bastò per farci prendere, in un certo senso, due strade diverse.

Aramil e Gilraen, come ebbero a raccontarmi in seguito, videro la scena cambiare e l'uomo passare il mattone ad una ragazza, che aveva l'aria di un bardo o forse di un giullare. La ragazza lo passò poi ad altre persone, e i miei compagni persero il conto delle mani che avessero toccato, maneggiato ed infine trasferito quell'oggetto di incredibile valore.

Alla fine, mi raccontarono, videro il viso che ci interessava, ossia quello dell'ultima persona che aveva ottenuto il mattone. Era una donna alta e magra, pallida come un vampiro, vestita di abiti scuri ma preziosissimi, che sedeva su un trono. Il suo viso era malvagio e distorto, bello ma abietto, ed aveva manifestato una selvaggia felicità nell'impadronirsi del mattone. Un solo dettaglio fu quello che ci permise, in un secondo tempo, di riconoscerla: essa portava in fronte un diadema, dall'aspetto preziosissimo, che recava al centro una pietra preziosa sagomata a forma di un volto diviso in due metà. Aramil e Gilraen non sapevano cosa potesse significare... ma io sì.

Questa fu la fine della loro visione. Quando essi si svegliarono, ritrovandosi nella grotta di Temushin, mi trovarono ancora immersa in un sonno profondo. Nel dormiveglia non ero tranquilla, mi riferirono... questo perché la mia visione non era stata affatto rassicurante. Per niente.

© Compagnia dell'Altare 2005