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Una comunità di barbari ci accolse sull'isola successiva, ed apparve subito chiaro che i marinai avevano con questi uomini dai costumi bizzarri un rapporto molto stretto: assieme all'isola dei monaci libertini, infatti, questa era l'unica delle Sette Isole che avesse rapporti commerciali con l'Impero Dorato. Il capo della comunità era un uomo di età già avanzata, ma comunicava un senso di profonda autorevolezza. Ci ascoltò con molta cortesia e rispose a tutte le nostre domande su Tir Na Nog, affermando che sulla sua terra non c'era traccia di alcuna tomba... ma parve soprattutto interessato al racconto della nostra avventura sull'ultima isola che avevamo visitato. Dopo essersi fatto spiegare tutto nei minimi particolari, rimase un attimo pensoso... poi ci chiese un favore che quasi ci fece rotolare giù dalla sedia: ci pregò di andare a liberare le povere anime imprigionate su quell'isola. Il capo dei barbari ci spiegò che aveva già sentito parlare di quella storia, e che sapeva anche il luogo e l'ora in cui tutte le notti risorgeva l'anima dello sciamano assassinato. Ci indicò dunque il luogo dove doveva giacere il corpo di costui, e ci diede una scorta per essere riportati all'isola maledetta, nonostante le nostre proteste per la paura che facessero la stessa fine dei marinai della nostra nave. La notte successiva, ci recammo alle rovine del villaggio degli indios e presto trovammo una tomba solitaria, non molto distante dalla capanna dello sciamano. Sulla tomba ci aspettava un fantasma, ma al contrario degli altri che incutevano terrore solo a guardarli questo non sembrava avere intenzioni ostili, anzi ci comunicava un senso di grande e pacato dolore. Lo spirito dello sciamano ci rivelò il modo di distruggere il potere che il mago aveva sulle due popolazioni. Seguendo le sue indicazioni, risalimmo la montagna fino ad una grotta, che era stata la casa del sordido mago. La caverna era piccola e spoglia: non vi trovammo altro che uno scheletro ormai completamente decomposto e un leggio di legno, di pregevole fattura, con un bel serpente intagliato sull'unica gamba. Sul leggio stava un libro d'incantesimi. Come lo sciamano ci aveva ordinato, prendemmo il libro ed il leggio, dopodiché li portammo verso la piccola imbarcazione che ci aveva trasportato fin lì. Nell'ora meno buia, quando la notte cede il passo all'aurora, sistemammo il libro col suo leggio sul ponte della nave, ed iniziammo un lento viaggio per circumnavigare l'isola. Mentre giravamo, cominciammo a scorgere come delle fiammelle sulla spiaggia... poi la luce si fece più forte e riconoscemmo le povere sagome dei morti, indios e monaci, tutti mescolati assieme senza più combattere, che ci seguivano come falene attirate dalla fiamma. Alla fine della nostra circumnavigazione, tutte le anime erano ormai usciti allo scoperto e ci guardavano, seguendo il movimento della nave e camminando sulla spiaggia senza mai lasciare orme. Fra essi riconoscemmo i nostri marinai, quelli che erano morti su quell'orribile posto, ed altre persone che dovevano averli preceduti. A quel punto, cominciammo un secondo giro dell'isola. I morti ci seguivano, incantati, e mentre camminavano uno dopo l'altro scomparvero tremolando nella rugiada mattutina, con un'espressione di sollievo sui volti stanchi. Alla fine, l'unico rimasto fu lo sciamano, che ci fece cenno di seguirlo. Tornammo alla grotta del mago. Lo sciamano guardò lo scheletro sul terreno per qualche lungo istante, poi prese il leggio dalle nostre mani e, con ferocia, lo calò su quella testa putrefatta. Un terribile urlo d'agonia invase la sala... e poi disparve. Anche lo sciamano, ci accorgemmo dopo un attimo, era scomparso. |
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© Compagnia dell'Altare 2005 |