La Compagnia dell'Altare
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La tappa successiva era una di quelle isole definite poco raccomandabili, anche se nessuno sapeva spiegarci esattamente perché. Sbarcammo su una scialuppa con l'aiuto di quattro marinai, ai quali ordinammo di rimanere sulla spiaggia, e ci accingemmo alla sua esplorazione.

L'isola sembrava deserta, ma quella notte fummo svegliati da un rumore assordante, come di una sanguinosa battaglia: Aramil e Gilraen andarono avanti ad esplorare, mentre io rimasi indietro. Quale non fu il mio orrore nello scoprire, quando alla fine raggiunsi l'origine del frastuono, che i miei amici sembravano presi nel mezzo di una lugubre battaglia fra i fantasmi di indios e monaci, e che stavano combattendo l'uno contro l'altra! Proprio perché sembravano così presi nell'illusione della battaglia, le ferite che i fantasmi assestavano loro si trasformavano in veri squarci e provocavano loro un vero dolore; ma quando io mi buttai nella mischia per tirarli fuori da quella follia, notai che potevo tranquillamente passare attraverso agli altri combattenti, che anzi sembravano non notarmi nemmeno.

Con un metodo, lo ammetto, assai poco ortodosso, ossia assestando piattonate a destra e a manca, riuscii a fare... ehm... rinsavire i miei compagni, dopodiché aspettai che rinvenissero. Non appena essi smisero (...forzatamente...) di credere all'illusione, le anime - o quel che erano - dei monaci e degli indios scomparvero nell'aria fresca della sera. Una sola figura rimase.

Aveva l'aria di un mago. Con un ghigno malvagio, ci spiegò che era stato lui, tanti anni prima, a provocare per puro diletto la guerra tra indios e monaci, tessendo una ragnatela di equivoci che aveva portato allo sterminio di entrambe le popolazioni. Solo una persona aveva capito dell'inganno, il grande sciamano degli indios, ma il mago aveva provveduto ad eliminarlo barbaramente prima che potesse fermare il conflitto. Ci spiegò inoltre che tutte le anime dei morti erano ormai imprigionate sull'isola, condannate a combattersi in eterno...

...dopodiché, senza preavviso, ordinò loro di ucciderci. Riuscimmo a difenderci e a fuggire, ma nonostante avessi tentato più volte la mia spada non riuscì neanche a scalfire il malvagio essere. Ci dirigemmo alla spiaggia, trafelati.

Ma un'amara sorpresa ci attendeva: i marinai che ci avevano accompagnato giacevano morti sulla spiaggia, i visi contratti in smorfie di orrore. Senza sapere cosa fare per loro, terrorizzati, li caricammo sulla scialuppa, dopodiché io mi trasformai sott'acqua e trainai la barca a tutta velocità fino alla nave, per poi ritrasformarmi in umana nelle profondità del mare. Non fu affatto divertente, ve lo assicuro... non credo ci sia nulla di più faticoso che cercare di guadagnare la superficie dell'acqua con un'armatura che cerca di tirarvi verso il fondo.

Il Capitano Hicks accolse furibondo il nostro resoconto. Fu celebrato un veloce funerale per i poveri uomini assassinati, dopodiché il capitano fece vela verso l'isola seguente, non senza averci coperto di insulti e minacce. Lo ignorammo... i nostri cuori e le nostre menti erano rimasti su quell'isola, e su quelle povere anime imprigionate. Desideravamo tanto poter fare qualcosa per aiutarli nel loro trapasso, ma non vi nasconderò che eravamo terrorizzati all'idea di rimettere piede su quelle terre. Non ci godemmo affatto il breve viaggio.

© Compagnia dell'Altare 2005