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«Noo, che scazzo... sono al full!» Il druido di nome Aramil nacque in un piccolo villaggio elfico situato a nord-ovest dell'Impero Dorato, ma la sorte gli precluse la possibilità di conoscere i suoi genitori, scomparsi quando lui era ancora in tenera età: come tutti i bambini della zona, venne quindi allevato ed educato da un anziano maestro di nome Spiro, che gli insegnò i precetti fondamentali dell'educazione elfica e gli trasmise una forte passione per il canto e la musica. La sua stirpe di mezzelfo lo rendeva inviso agli anziani più conservatori della zona, ma il suo villaggio era un luogo abbastanza frequentato da gente di ogni tipo e i pregiudizi di questo tipo non attecchirono mai abbastanza da rovinargli l'infanzia. Crescendo in un luogo isolato dal resto del mondo, come sono tutte le comunità di elfi, Aramil trascorse i suoi primi anni di vita come un solitario, girovagando nei boschi che circondavano il paesino in cui era nato, preda di un grande fascino per la natura e gli animali: per questo motivo, la sua prima scelta quando si trattò di decidere cosa fare della sua vita furono gli studi druidici, che però finirono presto col deluderlo profondamente. La sua concezione della vita da druido, infatti, andava oltre la sterile celebrazione dei riti elfici in onore della natura, e comprendeva una visione più istintiva e più intima del rapporto con le piante e gli animali. Fin da piccolo, egli aveva sempre manifestato una certa sintonia con le entità naturali, tanto da portarlo a credere di poter entrare in sintonia con esse molto più a fondo di qualunque altra persona. Le sue giornate trascorrevano l'una dopo l'altra, e la sua educazione progrediva, discostandosi sempre di più dai precetti druidici su cui i suoi maestri tanto insistevano. La mente di Aramil si dibatteva annoiata dentro la prigione che i suoi consanguinei, lentamente ma inesorabilmente, gli stavano costruendo attorno. Fu così che, un po' per noia e un po' per caso, si trovò a frequentare sempre più spesso un'altra giovane elfa, giunta da poco dall'Accademia di Magia, che sembrava più irrequieta dei suoi coetanei, e strinse con lei un'amicizia dettata più dall'istinto di sopravvivenza che dall'attrazione fisica. La loro comunità cominciava a considerarli come due emarginati, ma era chiaro che la vita contemplativa degli elfi non faceva proprio al caso dei due giovani compagni. Spiro, il saggio del paese, sembrava l'unico ad aver preso in simpatia i due ragazzi, ed aveva insistito per incontrarli con una certa frequenza per quelle che lui definiva "lezioni private". Nella penombra della sua capanna, mentre i bracieri spandevano un profumo di petali di rosa tutt'attorno, Spiro narrava loro storie sui tempi antichi e su creature che lui definiva quasi mistiche, i Draghi del Canto. Saggiata la loro reazione a quelle storie, che era stata più che positiva, il maestro proseguì nel raccontare come queste meravigliose creature erano state perseguitate fin quasi all'estinzione, ed alla fine osò raccontare di una setta che, a sentir lui, proteggeva e curava al meglio delle proprie esistenze queste grandi bestie. La reazione di Aramil a questa notizia fu tanto entusiasta, che Spiro proseguì nella sua narrazione per mesi e mesi e, alla fine, dopo aver elencato tutti i vari pericoli a cui andavano incontro, chiese loro di entrare a far parte della setta. Ricevuta una risposta affermativa, recitò un rito per celebrare la loro appartenenza alla fratellanza dei Draghi del Canto ed appose sulla loro pelle un tatuaggio a forma di drago arrotolato, che Aramil nascose sul retro del collo, sotto i capelli. Aramil e Gilraen, questo era il nome della sua nuova amica, passavano così tanto tempo assieme che cominciarono a riflettere anche su un altro aspetto della loro personalità, che li accomunava tra loro e li distingueva dagli altri elfi: l'unicità del loro aspetto fisico. Mentre Gilraen aveva infatti liquidi occhi neri e la pelle color del cacao, Aramil si accorgeva solo in quel momento della stranezza dei suoi capelli bianchi, che egli portava lunghi sulle spalle e che non erano riscontrabili in nessun altro elfo della sua comunità. I due giovani passarono lunghe ore ad interrogarsi su quella loro diversità, e stavano accarezzando l'idea di andare a chiedere spiegazioni al saggio Spiro, che mai prima d'allora li aveva traditi... quando una notte accadde qualcosa che fece uscire completamente quel pensiero dalla loro mente. Una notte, mentre Aramil dormiva, gli capitò di fare uno strano sogno, il cui eco l'avrebbe perseguitato per molti anni a venire. Sognò di trovarsi in una stanza circolare, piena di nicchie per tutta la sua estensione, ed in queste nicchie vide gli esemplari più belli di ogni razza mai creata. Il cuore pareva scoppiargli nel petto mentre passava dagli elfi agli umani, ai nani, ai goblin e persino agli orchi, ed ogni coppia che guardava gli sembrava sempre più bella di quella prima. Era giunto a pensare che non avrebbe voluto svegliarsi mai più, quando qualcosa verso il centro della sala attrasse la sua attenzione... e fu così che anch'egli vide l'altare vuoto, e la tremenda empietà del furto che era avvenuto dentro quella stanza. Aramil capì che stava gridando solo qualche istante dopo essersi svegliato. Nello stesso istante, un urlo identico risuonò dall'altra parte del villaggio, nell'area riservata alle giovani fanciulle nubili. Schivando le domande degli amici, che erano accorsi a sincerarsi della sua salute, Aramil si rivestì in tutta fretta e corse verso il suo vecchio maestro come se ne andasse della sua vita. Davanti alla porta della sua capanna, il giovane quasi si scontrò con Gilraen, che era anch'essa giunta di corsa, e non ci fu bisogno di parole per capire che anche lei aveva fatto lo stesso sogno. Spiro li ricevette subito, e dopo aver ascoltato le loro storie, che coincidevano in maniera inquietante, si sedette stancamente per terra ed annunciò di avere alcuni segreti da rivelare loro. Innanzitutto, spiegò che questo sogno era un richiamo, una richiesta d'aiuto, e che essi erano sopravvissuti alla terribile emozione di vedere l'altare vuoto perché non erano veri elfi, né umani né alcuna di quelle razze che avevano visto nella stanza del sogno. Rivelò ad Aramil che sua madre era stata un Drago d'Argento, dando così un senso ai suoi capelli bianchi ed alla sua irrequietezza; quanto a Gilraen, non seppe rivelarle la vera natura dei suoi avi, ma le garantì comunque che il suo sangue elfico non era puro come lei credeva. Prese dunque a sollecitarli a partire, e rivelò che nei suoi sogni era apparso un Drago del Canto, che era già sulle tracce del ladro del loro sogno: spiegato loro il modo per raggiungerlo, diede quindi ad entrambi la sua benedizione e li guardò partire dalle porte del villaggio, augurando loro un buon esito nella missione che stavano per iniziare... |
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© Compagnia dell'Altare 2005 |